Analizzare il tilt

Analizzare l’impatto che ha il tilt sul nostro gioco

Il tilt è una condizione che non risparmia nessun pokerista, dal principiante al più navigato, e che assume diverse sfaccettature a seconda delle personalità e delle circostanze in cui si manifesta.

L’immaginario comune associa al tilt urla, mouse e tastiere lanciate (tilt scimmiesco o “monkey tilt”), ma questa è solo un’estremizzazione di un qualcosa che ha tante forme.

Possiamo inquadrare il tilt all’interno di uno spettro tra una polarità aggressiva e una depressiva. Non è detto, inoltre, che un giocatore sperimenti sempre lo stesso tipo di tilt, poiché cambiano le circostanze sia ai tavoli, che lontano dai tavoli, ed è possibile osservare un mix di risposte aggressive e depressive.

È fondamentale che ogni giocatore faccia autoanalisi e descriva la fenomenologia del proprio tilt, in modo da rendersene conto quando i primi sintomi cominciano a verificarsi, per evitare ulteriori danni.

Alcuni esempi di risposte aggressive e passive

Una delle risposte aggressive più comuni è fare più spesso giocate marginali (3bettare più spesso, rilanciare più spesso con mani marginali, chiamare più spesso con bluffcatcher), in modo da aumentare la varianza della nostra strategia. Questa risposta fa leva sull’istinto primordiale di ogni giocatore di voler inseguire le perdite e aumentare il rischio è il modo più veloce per recuperare, se non fosse per un piccolissimo problema: molte di queste giocate hanno valore atteso vicino allo 0 o sono leggermente negative e, in casi estremi, possono rivelarsi disastrose. A volte le cose andranno bene, ma avremmo commesso degli errori e quindi avremmo vinto meno di quello che è il nostro atteso teorico; a volte (un po’ più spesso) le cose andranno male, perderemo molto di più di quello che avremmo dovuto perdere e lo stato di tilt aumenterà.

La risposta passiva più comune è la sensazione di impotenza e di rassegnazione, che porta ad un gioco molto più arrendevole, al non combattere per i piatti piccoli, al non voler effettuare bluffcatch con mani legittime in situazioni teoricamente profittevoli (aspettandoci di perdere allo showdown), al non estrarre abbastanza valore in situazioni più thin e al non effettuare bluff profittevoli.

È difficile dire quale delle due risposte sia più deleteria per l’atteso di un giocatore e c’è un’ulteriore beffa: gli avversari più attenti presenti al tavolo possono accorgersene e cercare di sfruttare il flow per bersagliare il giocatore in tilt; queste circostanze possono portare ad un ulteriore peggioramento del tilt se la “vittima” comincia ad avere pensieri paranoici e a pensare che tutto il tavolo o un giocatore specifico sta cercando di sfruttare la situazione a proprio vantaggio -mentre magari si tratta solo di un rush favorevole di carte-.

Su quale strada commettiamo più errori?

I giocatori meno esperti sono più propensi ad andare in tilt quando il giocatore alla loro sinistra utilizza strategie di 3bet molto aggressive: questo è dovuto al non avere familiarità con i range preflop e al non avere una strategia di base solida. Migliorare la conoscenza teorica del preflop risolve questo problema alla radice e fa risparmiare molte energie nella prima strada del Texas Hold’Em, automatizzandone le decisioni (salvo particolari adattamenti contro avversari più scarsi).

Il problema più grosso generalmente si verifica nei bluffcatch e nei bluff per lo stack, perché ci saranno molte deviazioni pratiche rispetto alla linea teorica (ammesso che si abbia buona familiarità con l’equilibrio) e spesso non si può avere una lettura corretta sulla strategia di ogni avversario. Possiamo affidarci ad una strategia il più fedele possibile all’equilibrio -scelta corretta contro gli avversari più preparati-, ma perderemmo tantissimo valore a livello exploitativo contro avversari che giocano strategie sbilanciate.

Anche in questo caso la conoscenza della teoria ci viene in aiuto: fare un bluffcatch legittimo contro un avversario che non ha frequenze di bluff adeguate è un errore a livello pratico, ma non danneggia l’atteso della nostra strategia a livello teorico; farlo con una mano non buona è disastroso. Naturalmente giocando in A-game dovremmo sempre optare per il fold contro questo avversario specifico, ma non è sempre possibile avere piena lucidità quando si è in sessione ed è importante capire che non tutti gli errori sono uguali, anche quando si tratta di chiamate non profittevoli al river.

Preparazione e autoanalisi sono la nostra miglior difesa

Lo studio ci aiuta non solo a migliorare il nostro A-game, ma anche il nostro B-game, facendoci commettere errori meno gravi rispetto a quelli che avremmo commesso in passato. Va affiancato all’autoanalisi, in modo da poter prendere provvedimenti immediati non appena cominciamo ad avvertire l’insorgenza dei primi sintomi; possiamo smettere immediatamente di giocare o semplicemente fare una pausa per qualche minuto.

È importante capire cosa provoca il tilt, se è una questione personale con un singolo avversario, una particolare sessione che sta andando male o un periodo a noi poco favorevole (anche magari per questioni extra poker). L’obiettivo ultimo deve essere sempre prendere le migliori decisioni possibili ai tavoli ed essere sempre nelle condizioni di poter dare il massimo, evitando faide personali e di fossilizzarci sui risultati nel breve periodo.

È possibile che le radici del proprio tilt siano più profonde, soprattutto se esso si manifesta per un periodo prolungato, in tal caso, dove l’autoanalisi non può arrivare, sarebbe consigliabile rivolgersi ad una figura qualificata professionalmente.

Per questo articolo è tutto, grazie della lettura. Se vi è piaciuta condividetela e discutetene con gli amici e, se non l’avete ancora fatto, non scordate di richiedere la nostra guida PDF gratuita “Farai del poker il tuo lavoro? Come diventare giocatori vincenti” cliccando QUI. Se siete interessati al nostro materiale didattico, potete trovarlo nella sezione SHOP, infine non dimenticate di seguirci anche sui social. Alla prossima!

Calcolo delle probabilità e mente umana non sono amici su Facebook

Benvenuti nel primo articolo del 2021, dopo una breve pausa per le vacanze natalizie ci rimettiamo al lavoro; torniamo oggi con alcuni riflessioni in tema di calcolo delle probabilità e bias cognitivi di cui siamo tutti vittime, più o meno consapevolmente.

Come da prassi, iniziamo con una situazione che non c’entra apparentemente nulla, ma che ci torna utile per presentare il ragionamento alla base, ovvero ciò che ci interessa davvero. Ci troviamo in una metropoli di circa 10 milioni di abitanti, isolata dal resto del mondo, per esempio Gotham City, la famosa città in cui combatte il crimine Batman. In  un appartamento in centro città, viene trovata morta una donna, vittima di un colpo di pistola; gli investigatori della polizia indagano alla ricerca del colpevole. Ora, penso che ognuno di noi almeno una volta, abbia visto un film o serie tv americana in cui vi era un processo nel quale si parlasse di ragionevole dubbio; per ragionevole dubbio intendiamo una certa probabilità per cui l’imputato potrebbe essere non colpevole nonostante le prove a suo carico. Ragionevole, non è una quantità definita matematicamente, potrebbe essere una possibilità su 1000 o una su 10 milioni; nel nostro caso decidiamo che fino a una su 1 milione è ragionevolmente abbastanza da considerare l’imputato non colpevole, mentre sotto questa soglia (ad esempio una sola possibilità su 2 milioni) ci riteniamo sufficientemente sicuri sia colpevole.

Nella nostra storia, i detective arrestano un sospetto e costui viene processato. Come in ogni processo che si rispetti, le prove a carico dell’imputato sono principalmente 3:

–          L’arma del delitto

–          Il movente

–          L’opportunità

L’arma del delitto era una pistola calibro 9 nuova di zecca trovata in un cassonetto vicino il luogo del delitto, nessuna impronta e nessun numero di serie; l’unica cosa certa è che abbia sparato per la prima volta il giorno dell’omicidio. Per questo motivo i detective hanno verificato quante pistole come quella fossero state vendute in città nell’ultimo anno: 1000. Dato che il totale delle armi presenti in città, condannare l’imputato solo sulla base di questa non sarebbe possibile, dato che ci sarebbero altri 999 potenziali colpevoli in città.

Per quanto riguarda il movente, la vittima aveva bisticciato con tutti i dipendenti dell’azienda per cui lavorava, dopo che aveva fatto una denuncia alla polizia e causato la chiusura dell’azienda stessa, facendo così perdere il posto di lavoro a tutti: totale 500 persone. Anche in questo caso, chiunque dei possibili sospetti potrebbe difendersi dicendo che ci sono altri 499 papabili colpevoli.

L’opportunità di commettere effettivamente il delitto è circoscritta alle sole persone che, intorno all’ora del delitto si trovavano nel palazzo in cui è stata trovata la donna; essendo un palazzo con numerosi uffici, anche qua abbiamo 500 possibili sospetti, con i relativi 499 possibili ragionevoli dubbi per ogni possibile imputato.

Come abbiamo visto, per ognuno dei punti presi in considerazione, se presi singolarmente pare davvero poco probabile che se prendiamo una persona tra quelle 500 o 1000, essa sia proprio quella che ha effettivamente premuto il grilletto. Questo è però un errore che la nostra mente ci induce a commettere, in quanto siamo portati a considerare in valore assoluto il numero di possibili altri colpevoli e non ragionare in termini probabilistici; inoltre le tre probabilità non vanno prese separatamente, ma unite insieme per creare la probabilità totale che un individuo sia colpevole, il che si ottiene moltiplicando i 3 valori ottenuti.

In termini probabilistici, se prendiamo a caso un cittadino, costui avrà una possibilità su 10.000 di possedere un’arma compatibile con quella del delitto, in quanto su 10 milioni di cittadini sono presenti 1000 pistole. Questo cittadino avrà una probabilità su 20.000 di avere un movente valido (500 su 10 milioni). Infine ci sarà un’altra probabilità su 20.000 che possa essersi trovato sulla scena del crimine all’ora del delitto (anche qui 500 su 10 milioni). In conclusione, se il nostro sospetto ha il movente, l’arma del delitto e l’opportunità di commetterlo, c’è solamente una possibilità su 4 mila miliardi (una su 10.000 x 20.000 x 20.000) che non sia stato lui, ovvero colpevole oltre ogni ragionevole dubbio.

Le probabilità nel mondo del poker

Veniamo ora al poker, in questo mondo abbiamo sempre tutti la tendenza ad associare in maniera inscindibile i risultati con la bravura di un giocatore. Scommetto che chiunque di noi ha avuto almeno una volta nella vita una discussione riguardo l’opinione su un giocatore, nella quale qualcuno sosteneva che tale giocatore fosse molto forte e portando come prova la quantità di soldi vinti in carriera dal suddetto giocatore; mentre l’altro sosteneva di averci giocato contro, o averlo sentito parlare e ragionare e di ritenerla un’autentica capra. Chi ha ragione? Be’ la verità è che non è possibile affermarlo oltre ogni ragionevole dubbio, in quanto per avere certezza di qualcosa sarebbe necessario conoscere il vero valore atteso del giocatore in questione, ma ciò è impossibile da sapere con certezza; l’unico dato disponibile sono le vincite reali, le quali sappiamo possono differire di molto da quelle teoriche, ovvero dal livello di preparazione e qualità di gioco.

Ciò che è possibile fare è ragionare in ottica probabilistica. Supponiamo che il giocatore in questione abbia una carriera alle spalle composta da 10.000 tornei con vincite di 500.000$ totali, e supponiamo che se avesse delle skill di basso livello, grazie alle quali dovrebbe essere break-even nel lungo periodo, ovvero dovrebbe finire esattamente a 0, senza vincere né perdere nemmeno un centesimo, ci sarebbe solo una possibilità su 10.000 che questo soggetto possa aver vinto 500.000$ solo grazie alla sua fortuna. Una sola possibilità su 10.000 ci fa pensare che questo giocatore sia effettivamente molto bravo, dato che c’è il 99,99% di probabilità che sia un giocatore bravo, mentre solo lo 0,01% che sia tutta fortuna. Giusto? Be’, no. Anche in questo caso non dobbiamo considerare il giocatore singolarmente, ma il contesto globale in cui esso si trova a giocare, in questo caso supponiamo un pool di giocatori totale di 1 milione di individui. Il ragionamento appena fatto per questo particolare giocatore, potremmo farlo per un qualsiasi altro giocatore all’interno della totalità dei partecipanti ai tornei, se non li avesse vinti lui i soldi, li avrebbe vinti qualcun altro, e per questo qualcun altro avremmo calcolato le stesse probabilità e avremmo dedotto che si trattasse di un giocatore molto bravo.

Il calcolo delle probabilità fatto poco sopra, andrebbe sicuramente bene se ci fosse un solo giocatore (anche se ovviamente non è possibile nella pratica), infatti se il campione preso in esame fosse 1 su una totalità di 1, sarebbe molto curioso che davvero sia capitato qualcosa con una probabilità tanto bassa, ma su un campione di 1 milione di individui, ce ne sarà sicuramente qualcuno che ha avuto una tale fortuna che capita solo una volta su 10.000, sarebbe curioso fosse il contrario. La stessa identica cosa potremmo dirla del super enalotto: c’è solo una possibilità su circa 622 milioni di fare 6 e vincere il jackpot, ma se avessimo l’opportunità di giocarlo 10 miliardi di volte, sarebbe davvero sfortunato non azzeccarlo nemmeno una volta.

Conclusioni

Una volta capito che la nostra mente ci può ingannare in modi molto subdoli e difficilmente riconoscibili, dobbiamo sempre tenere i piedi per terra e accettare ciò che il caso ci presenta ai tavoli da gioco. Il caso non possiamo influenzarlo in nessun modo, non si batte la varianza, ciò che si può battere sono le probabilità, o meglio cercare sempre di migliorare il nostro gioco, così da massimizzare le nostre probabilità di vincere contro gli avversari meno preparati di noi: a parità di fortuna risulteremo sicuramente vincenti. Se non siamo pronti ad accettare il fatto che la varianza influenzerà sempre il nostro percorso ai tavoli verdi, a prescindere da tutto ciò che faremo, probabilmente non dovremmo sederci ai tavoli.

Per questo primo e insanguinato articolo dell’anno è tutto, spero che la storia scelta sia stata utile a rappresentare bene il ragionamento alla base di tutto. Grazie della lettura, se vi è piaciuta condividetela e discutetene con gli amici e, se non l’avete ancora fatto, non scordate di richiedere la nostra guida PDF gratuita “Farai del poker il tuo lavoro? Come diventare giocatori vincenti” cliccando QUI. Se siete interessati al nostro materiale didattico, potete trovarlo nella sezione SHOP, infine non dimenticate di seguirci anche sui social. Alla prossima!

La ricerca dell’auto-miglioramento

La parte più difficile dell’automiglioramento è sbarazzarsi dei pregiudizi che provengono dalla società, dalla scuola e dall’ambiente in cui siamo cresciuti. Fin dall’infanzia riceviamo un riscontro immediato per i nostri sforzi sotto forma di ricompensa o punizione: i voti valutano come qualcuno ha portato a termine un compito, ma non considerano né il contesto -inteso come retroterra di provenienza-, né se il soggetto stia semplicemente sfruttando il sistema o abbia realmente interiorizzato la lezione.

Questo porta le persone a sviluppare una mentalità orientata al risultato e a perdere di vista la vera crescita personale; più nello specifico, ci concentriamo su “ciò che funziona” (pensiero lineare) e non sul processo stesso (pensiero circolare).

Il pensiero circolare parte dai nostri pregiudizi -ciò che già sappiamo e che funziona come paradigma mentale per giudicare nuovi input- e li sfida non appena riceviamo nuove informazioni verificate; tutto ciò porta ad un cambio di paradigma e alla formazione di un nuovo, più ampio, orizzonte di pensiero.

Per migliorare sé stessi dobbiamo rimodellarlo costantemente e guardare indietro a ciò che abbiamo pensato, detto e fatto da un livello più alto di contesto e senza giudicare.

Una prospettiva che si focalizza sul percorso e non sui risultati

L’auto-miglioramento è difficile perché richiede molto lavoro per costruire abitudini positive in assenza di feedback immediato; in un certo senso è una sorta di atto di fede (o salto nel vuoto) perché stiamo dedicando il nostro tempo e le nostre energie a qualcosa che potrebbe anche non funzionare affatto e, anche se abbiamo letto storie motivazionali o le abbiamo ascoltate da amici, il bias di conferma andrà ad innescare una risposta scettica a causa della mancanza di riscontri immediati.

L’auto-miglioramento richiede una concezione completamente nuova dell’apprendimento e un diverso quadro mentale. Ci avviciniamo all’apprendimento come un processo e accettiamo gli errori come parte del nostro viaggio verso il nostro sé migliore possibile, senza provare rimpianti. Sviluppiamo un senso di gratitudine e ci sentiamo orgogliosi per i nostri risultati; è estremamente importante essere autocritici e consapevoli di sé, ma questo non dovrebbe portare ad atteggiamenti autolesionistici.

Conclusioni

Questo approccio funziona sia nella vita personale, che in ambito professionale, e amplia il nostro orizzonte di pensiero. È l’essere in grado di riconoscere le armonie nella musica che ascoltiamo; è il poter assaporare ogni sfumatura diversa in un bicchiere di vino; è l’essere consapevoli delle idee alla base di eventi grandi e piccoli.

Si possono ottenere buoni risultati in diversi ambiti prendendo delle scorciatoie, ma l’unico modo per migliorare come essere umani è abbracciare la complessità e contemplare i diversi colori dello spettro.

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Sci alpino e GTO

La stagione invernale è appena iniziata e noi torniamo a parlare di GTO, utilizzando un paragone adatto al periodo. Come al solito, nei miei articoli utilizzo modi contorti per spiegare concetti semplici, un  po’ il contrario di quello che si dovrebbe fare probabilmente, ma non vorrei mai correre il rischio di risultare banale.

Oggi vi voglio raccontare la storia di Mario: il buon Mario è un ragazzo normale, a cui piace di tanto in tanto trascorrere la domenica con gli amici sulle piste da sci. Nell’arco di una decina d’anni, Mario ha imparato a sciare discretamente, va su e giù per le piste in scioltezza e tranquillità. Mario ha un cugino, Luigi, che lo accompagna spesso nelle sue gite, a differenza sua però, Luigi è un vero appassionato, ha l’abbonamento stagionale agli impianti sciistici e li frequnta due volte a settimana per almeno 4 mesi l’anno. Luigi, avendo fatto molta più pratica del cugino, ha una tecnica decisamente migliore, così quando sciano insieme lo lascia sempre un po’ indietro; quando Mario dice “Wow sei troppo bravo!”, Luigi risponde: “Eh vedessi il mio amico Piero che fa il maestro, lui sì che è un fenomeno”. Un giorno il buon Mario decide di prendere una lezione con Piero e vedere di persona quanto sia in gamba, e quando davvero può apprezzare la sciata del maestro, dice anche a lui: “Wow sei troppo bravo!”. A questo punto Piero dice a Mario: “Eh vedessi il mio amico Andrea che gareggia da quando aveva 8 anni, lui sì che è un fenomeno”. A questo punto Mario decide che vuole vedere anche questo fantomatico Andrea quanto sia bravo, decide così di andare ad assistere ad una gara del campionato italiano a cui partecipa Andrea. Alla fine della gara, Mario decide di fare quattro chiacchere con Andrea, il quale ha vinto la gara, così decide di dire anche a lui: “Wow sei troppo bravo!”; così Andrea risponde al suo nuovo fan: “Eh vedessi gli atleti della coppa del mondo, quelli sono inarrivabili per davvero”.

Tutti noi abbiamo visto almeno una volta in tv una gara di sci, così tutti abbiamo avuto il piacere di ammirare le scie lasciate sulla neve dai più grandi campioni al mondo; nonostante ciò, dopo i primi 30-40 atleti, i successivi sembrano zoppi al confronto dei più grandi campioni, ma questi sono tutti i professionisti inarrivabili di cui parlava Andrea poco sopra. Un normale sciatore come Mario ha un grosso divario di skill nei confronti del cugino, il quale viene lasciato molto indietro dall’amico maestro di sci, il quale ha un mare che lo separa dalle prestazioni di un atleta agonista; a sua volta l’atleta di medio livello è separato da un grosso gap dai migliori professionisti che gareggiano in coppa del mondo. All’interno di questa ristretta cerchia di atleti d’élite ci sono differenze enormi tra i primi 3-5 atleti al mondo che si giocano il titolo mondiale e le medaglie olimpiche, con il resto dei comuni mortali. Anche i pochi fuoriclasse in cima alla piramide, hanno delle giornate migliori di altre, pertanto anche le prestazioni dei giorni di gloria saranno ancora più stupefacenti delle altre.

Cosa c'entra questa storia con la GTO?

La storia che ho raccontato non c’entra apparentemente nulla con il poker, e in effetti è anche vero, ma ci aiuta a comprendere un concetto fondamentale che caratterizza anche il poker, ovvero: quando siamo agli inizi e non disponiamo di una conoscenza approfondita della materia, facciamo fatica a capire fino in fondo chi sia bravo e chi no, così come sarà difficile capire quanto siano bravi coloro che riteniamo tali. La GTO, per sua natura, è qualcosa che per il cervello umano è impossibile padroneggiare con un’accuratezza tale da essere anche lontanamente paragonabile al livello raggiungibile da un normale computer che tutti noi utilizziamo per grindare. Se volessimo dire cosa sia la GTO in ambito sciistico, potremmo dire che essa è paragonabile al livello, inarrivabile per noi comuni mortali, del più forte sciatore al mondo, nella migliore giornata della sua vita. Al di sotto ci sono infiniti livelli di skill intermedie, ognuno dei quali è separato dagli altri da un abisso in termini di qualità di gioco e conoscenza approfondita della materia.

Se siete dei giocatori vincenti, con una buona esperienza e con una discreta conoscenza del gioco, siete dei Mario. Se avete iniziato da qualche tempo ad utilizzare dei software di analisi e avete iniziato a comprendere meglio le dinamiche di un gioco ottimale e bilanciato e avete iniziato ad applicarne le basi, siete Luigi, il cugino di mario. Se siete dei giocatori di alto livello, con anni di esperienza di studi approfonditi e disponete di una conoscenza molto approfondita della teoria che sta dietro ad ogni dinamica di gioco, siete Piero, il maestro di sci. Se fate parte dell’élite mondiale dei migliori giocatori highstakes, con una marcia in più rispetto al 99.99% del resto dei regular, siete Andrea, l’atleta agonista.

Il punto cruciale e conclusivo di questo articolo è: se non avete qualche tipo di microchip in testa, non sarete mai meglio di Andrea, sopra quel livello ci sono solo i computer.

Conclusioni

Quando vi trovate a confrontarvi con qualcuno che sostiene di essere un ottimo conoscitore di GTO grazie ai suoi studi e che è in grado di comprenderla ed applicarla alla perfezione, ricordatevi di Mario. Se vi trovate ad avere a che fare con qualcuno che sostiene di conoscere la GTO senza aver mai utilizzato dei software di analisi, ma solamente grazie ai propri ragionamenti ed all’esperienza sul campo, ricordatevi ancora di Mario e di come gli sembrasse che il cugino fosse il miglior sciatore al mondo, solamente perché non era a conoscenza di tutto ciò che stava più avanti.

Per questo innevato articolo è tutto, spero che tra una storia e l’altra sia riuscito a far passare un concetto teroicamente molto semplice, ma che quasi sempre si fa fatica a comprendere. Grazie della lettura, se vi è piaciuta condividetela e discutetene con gli amici e, se non l’avete ancora fatto, non scordate di richiedere la nostra guida PDF gratuita “Farai del poker il tuo lavoro? Come diventare giocatori vincenti” cliccando QUI. Se siete interessati al nostro materiale didattico, potete trovarlo nella sezione SHOP, infine non dimenticate di seguirci anche sui social. Alla prossima!

Se rovini l’esperienza di gioco ai fish meriti che il giochino finisca

Lo so, scrivendo un articolo con un titolo provocatorio rischio contemporaneamente di essere accusato di click bait e di voler creare flames; il mio intento però, è solamente quello di fare un riflessione costruttiva, proverò pertanto ad adottare un approccio il più pacato e chiaro possibile, così da evitare fraintendimenti.

Il poker texas holdem vecchio stile, quello giocato prima dell’avvento dell’era del poker online, era popolato sia da professionisti che amatori, così com’è al giorno d’oggi, con una sottile ma importante differenza: queste due categorie di giocatori erano in una sorta di simbiosi tra loro. I giocatori amatoriali, per definizione, giocano per divertimento e il divertimento si paga, chi più e chi meno a seconda delle proprie tasche, così come si paga la quota per affittare il campo di calcetto per un pomeriggio con gli amici. I professionisti dal canto loro, giocano per vincere soldi ai giocatori meno preparati e, nell’era ‘pre-online’ il tipico professionista era un giocatore con molta esperienza e molti anni passati a frequentare le partite disponibili nei vari casinò; le skills necessarie erano meno tecnico-matematiche rispetto ai giorni nostri, ma richiedevano una spiccata propensione, oltre che al riconoscimento di tells ed espressioni facciali, anche alla socialità ed intrattenimento degli avversari amatoriali a cui dovevano vincere i soldi facendoli divertire. Un regular tipico di quei tempi era quindi un giocatore in grado di intrattenere i giocatori a cui stava vincendo i soldi, facendo in modo che essi fossero contenti di perderli contro di lui e che volessero tornare il giorno successivo per rifarlo.

Cos'è cambiato da allora?

Negli ultimi 10-15 anni, il gioco è cambiato radicalmente ed è diventato molto più matematico e competitivo con il progressivo miglioramento dei giocatori di tutto il mondo; questa evoluzione del gioco ha fatto sì che anche il profilo del regular medio cambiasse a sua volta. Prima del 2005 circa, non si vedevano praticamente mai ai tavoli importanti carovane di ragazzini poco più che diciottenni, con cuffie ed occhiali da sole, che non parlavano con nessuno al tavolo, sempre concentrati e che vincevano costantemente grosse somme. L’aria è cambiata da quando il field medio si è popolato dai regular di seconda generazione, provenienti dall’online, molto giovani, assetati di competizione e di soldi, e a cui non interessava minimamente intrattenere i fish a cui prendevano soldi, men che meno interessva loro che si divertissero. Da un certo punto di vista il giochino era diventato un po’ più cinico, una sorta di catena alimentare in cui gli squali mangiavano inesorabilmente i pesci più piccoli, come gli schicciasassi che avanzano spianando tutto ciò che trova sul proprio cammino. Non fraintendetemi, anch’io sono di quella generazione di regular e non ho quindi nulla in contrario a questo tipo di evoluzione; come ogni cosa che cambnia e si rinnova, ha i suoi pro e i suoi contro e ad alcuni piaceva di più com’era prima, mentre ad altri no, legittimamente.

Ad oggi siamo arrivati ai regular di terza generazione, i ventenni di adesso per intenderci, che hanno iniziato a giocare nell’era dei solver e di tutti i software ad oggi disponibili, cresciuti quindi a pane e GTO, hanno caratteristiche ancora diverse dai giocatori online di qualche anno fa. Non è questo però l’argomento di oggi, quindi eviteremo di soffermarci troppo sulla questione.

Cosa non va nelle dinamiche del gioco?

Veniamo ora al nocciolo del discorso di questo articolo: che problemi ha il gioco di oggi? Come dicevo, io stesso sono un giocatore classe ’88 che ha iniziato dall’online e che di diventare come i giocatori live vecchio stampo non si è mai interessato, anzi. Ciò che pero’ non va mai dimenticato è che l’ecosistema del poker è fatto ancora da giocatori professionisti i quali ‘stipendi’ vengono finanziati interamente dalle perdite dei giocatori amatoriali; per questo motivo è interesse di qualsiasi professionista far sì che i cosidetti fish continuino a giocare e a foraggiare l’ecosistema.

Per i motivi detti, la cosa peggiore che un regular possa mai fare ai tavoli è quella di rovinare l’esperienza di gioco di chi gioca per divertimento, facendolo sentire truffato in qualche modo, o umiliandolo, o tenendo comportamente al limite del regolamento che risulatano quantomeno antisportivi, per quanto secondo regolamento leciti. Anche il trash talking al tavolo, se fatto in maniera estremizzata con un giocatore inesperto, magari anche leggermente ingenuo nella credenza della sincerità dell’avversario, può rivelarsi un’arma poco sportiva, spesso di cattivo gusto, che alla fine ha il solo effetto di far sentire sotto fregatura il povero avversario, il quale non tornerà più a giocare ai tavoli verdi. Questo tipo di comportamente ha quindi lo stesso effetto di una visione aziendale miope sul lungo periodo, volta a massimizzare il profitto nel breve termine senza porsi alcun problema etico (o in ambito pokeristico, di lealtà sportiva), ma che nel lungo periodo porterà solo svantaggi economici.

Intendiamoci, riuscire a prendere i maggiori vantaggi possibili ai tavoli, tramite i mezzi permessi dal regolamento, va benissimo, così come va bene confondere un po’ i pensieri dell’avversario parlando con lui o usando la chat. Ciò che davvero non ha senso né utilità per nessuno è usare questi mezzi per ‘trollare’ e far sentire spaesati gli avversari senza motivo; ad esempio, a volte capita che i server di pokerstars abbiano degli intoppi durante i tornei e che tutto si blocchi. Tale situazione agli occhi di un giocatore esperto non crea nessun problema, sa bene che basta aspettare e vedere se il torneo riparte o se viene cancellato e suddiviso il montepremi tra tutti i concorrenti in gioco; agli occhi di un principiante non è affatto così e si vede molto spesso qualcuno chiedere in chat “che succede??”. Questo è un tipico caso in cui si ha l’opportunità di scegliere tra aiutare il giocatore dicendo semplicemente che non c’è nessun problema e basta aspettare, oppure iniziare a trollare in chat scrivendo fantasie varie mandando in panico il giocatore in questione che penserà di essere stato fregato del sito e che perderà i suoi soldi, con il risultato che probabilmente la sua fiducia nella regolarità del gioco verrà minata.

Ci sono mille altre situazioni in cui si ha una situazione analoga in cui si ha l’opportunità di aiutare un avversario che chiede informazioni utili, ma nelle quali si potrrebbe anche inventarsi qualche situazione paradossale da ‘screenare’ poi agli amici per farsi due risate. Le risate sono mediamente una buona cosa, ma rovinare l’esperienza di gioco ai principianti e minare la loro fiducia nella regolarità del gioco e del divertimento che ne possono ricavare, non porta benefici proprio a nessuno.

Conclusioni

Vorrei evitare una inutile predica natalizia ad essere più buoni con il prossimo, il poker è un gioco competitivo e siamo tutti qua per cercare di vincere soldi; il mio messaggio vuole essere molto semplice: mantenendo un certo tipo di comportamento sportivo nei confronti di tutti, specialmente nei confronti dei giocatori a cui si vincono più soldi, si fanno anche i propri interessi economici sul lungo termine, aumentando le probabilità che il gioco vada avanti ancora per molti anni, garantendoci così guadagni continui nel tempo. In fin dei conti, in qualità di giocatori di poker professionisti, non siamo certo  la categoria di persone che salveranno il mondo o che scopriranno la cura per il cancro e la soluzione definitiva al riscaldamento globale, ma fare il proprio mestiere con sportività, beh, dovrebbe essere il minimo sindacale. E in fondo non è neanche così complicato. Fare soldi grazie ad una sana competivione, sportiva o in un qualsiasi ambito business, è diverso ed è sempre migliore rispetto a fare soldi alle spalle degli altri grazie a sotterfugi o a comportamenti discutibili. Ovviamente non intendo infilarmi a discutere di filosofia o di etica, mi limito come sempre a fornire uno spunto di riflessione per chi ha piacere a leggere i nostri articoli.

Per questo controverso quanto rischiosamente paternalistico articolo è tutto; non mi resta quindi che ringraziarvi per essere giunti fino in fondo e se vi è piaciuto continuate a seguirci per rimanere sempre aggiornati sul nostro lavoro. Se vi fa piacere potete lasciare un commento sui social o inviarci messaggi in privato per farci sapere cosa ne pensate e se siete d’accordo con i nostri punti di vista. Come sempre, una sana discussione anche con persone che non la pensano esattamente come noi, può portare spunti di riflessione interessanti.

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I giocatori amatoriali dovrebbero giocare solo per il primo posto? Scopriamolo

Benvenuti in un nuovo articolo del blog, oggi parliamo di winrate e di valore atteso, ma da un punto di vista molto poco trattato, ovvero quello dei giocatori amatoriali e, di conseguenza, mediamente perdenti. Quando si legge di articoli tecnici di questo tipo, in cui vengono sviscerati argomenti di pianificazione del gioco con basi matematiche, anche se spesso (giustamente) molto semplificate, viene dato per scontato di parlare ad un pubblico di giocatori vincenti. Bene, oggi voglio provare a ribaltare questa situazione e provare a vedere la questione da un punto di vista diametralmente opposto.

Diversi anni fa iniziò a circolare sui vari forum e discussioni varie tra regular, quella che divenne poi famosa come la ‘strategia small ball’, figlia del famoso Daniel Negreanu. Questa strategia, semplificandola all’osso, consiste nel puntare molto sul pot control preflop e vedere quanti più flop possibili, cercando poi di massimizzare i profitti postflop. In questo modo è stato possibile per diversi anni avere dei buoni guadagni a bassa varianza e massimizzando il numero e l’entità dei pot in cui si poteva far valere il proprio edge sugli avversari. Questa strategia era sicuramente valida per diversi motivi, specialmente in quel periodo in cui i field di tutto il mondo pullulavano di fish; ad oggi invece, si ritiene comunemente più profittevole un approccio tendente alla GTO, tanto più vicino ad essa quanto più preparati sono gli avversari con cui ci si trova a battagliare.

Proviamo ora a metterci dall’altra parte del tavolo, nei panni di quegli avversari contro i quali riteniamo di avere un vantaggio: da questo lato potremmo osservare come i vari giocatori professionisti facciano a gara per giocarsi il maggior numero di pot possibili e cercando di tenere spesso sotto controllo la dimensione del piatto, prima di essere sicuri di avere una buona opportunità di prendere valore.

Quale sarebbe la prima cosa che dovremmo fare come contromisura per ridurre al minimo le perdite contro un giocatore più forte? Semplice: fare l’esatto opposto. Se il nostro avversario ha un vantaggio su di noi e proverà in tutti i modi a giocare più pot possibili e a varianza contenuta, dovremmo cercare in tutti i modi di ridurre gli spot che potrà giocarsi e con varianza più alta possibile.

L'altra faccia della varianza

Quando si parla di varianza, comunemente le si dà un’accezione negativa, in quanto viene sempre vista dal punto di vista dei giocatori vincenti, i quali tutto vogliono tranne essere in balia della fortuna. Quando ci mettiamo dall’altro lato del tavolo, la faccenda diventa diametralmente opposta, ovvero se abbiamo un rendimento atteso negativo, più alta è la varianza e più alte saranno le probabilità di risultare vincenti, anche per periodi non brevi. Così come capita di vedere regular vincenti risulatare perdenti per periodi prolungati causa varianza, grazie ad essa i giocatori amatoriali potrebbero risultare vincenti per periodi altrettanto non brevi. Per periodo non breve, dato il ridotto volume di gioco che solitamente caratterizza i giocatori amatoriali, può anche voler dire che alcuni di essi risultino vincenti nell’arco della propria vita pokeristica.

Date le considerazioni fatte, potremmo affermare che un giocatore occasionale che si trovasse a dover giocare, per esempio, un heads-up finale di un MTT contro un regular bravo, dovrebbe cercare di alzare di molto la varianza, riducendo così, per quanto possibile, l’edge che l’avversario potrà prendere. Quindi avere degli open raise x4 o anche x6 (a seconda degli stack in gioco), o degli open push 30x potrebbero essere delle contromosse sensate e, con un po’ di fortuna, poter portare a casa una vittoria contro il favore dei pronostici. D’altro canto, giocare molti pot piccoli post flop a bassa varianza, avrebbero molto più probabilmente il risultato di portare piano piano ad un’inevitabile finale in cui il giocatore più forte vince. Lo stesso concetto vale per l’approccio generale ad una qualsiasi partita in modalità torneo, nella quale le probabilità di vittoria saranno tanto più elevate quanto più elevata sarà la varianza intrinseca del gioco; pertanto un gioco particolarmente aggressivo, puntando ai primi posti e non all’arrivare ITM, tralasciando quindi totalmente l’ICM, potrebbe essere l’arma migliore per un giocatore occasionale, di divertirsi e di togliersi qualche bella soddisfazione in questo gioco caratterizzato da una particolare commistione tra skill e aleatorietà.

Per questo articolo, con un spunto di riflessione un po’ atipico, è tutto; non mi resta quindi che ringraziarvi per essere giunti fino in fondo e se vi è piaciuto continuate a seguirci per rimanere sempre aggiornati sul nostro lavoro.
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L’altra faccia della run

Uno dei temi più discussi dalla letteratura pokeristica -specialmente quella legata all’aspetto mentale della disciplina- è come affrontare i downswing, periodi più o meno lunghi durante i quali i risultati si discostano negativamente dal valore atteso ottenuto su un campione significativo di mani, mantenendo una buona qualità e un buon volume di gioco nonostante la run non ci sorrida; il caso opposto -upswing che si discostano positivamente dal valore atteso- non viene quasi mai considerato, molto spesso a causa della percezione distorta che ne abbiamo.

La nostra mente è affetta da bias cognitivi, veri e propri pregiudizi che inquinano la nostra percezione e la capacità di formulare giudizi obiettivi, soprattutto in situazioni in cui vi è una forte componente aleatoria -risultati nel breve e medio periodo-, e in genere tende a soffermarsi più sulle sensazioni negative o di pericolo -che richiedono una risposta immediata-, che su quelle piacevoli, spesso date per scontate. Questo retaggio che ci portiamo dietro dall’alba dei tempi è sicuramente legato all’istinto di autoconservazione connaturato all’essere umano ed ha la funzione fondamentale di allarmarci ogni qualvolta avvertiamo una sensazione di malessere o di pericolo, ma è anche uno dei motivi per il quale ricordiamo molto più spesso le volte in cui ci hanno scoppiato gli Assi rispetto alle volte in cui siamo stati noi a farlo.

Se ci soffermassimo qualche minuto a pensare alla sintomatologia di una bad beat significativa potremmo ritrovarci in almeno uno dei seguenti punti:

– sensazione di frustrazione;
– aumento della pressione corporea;
– aumento dell’aggressività;
– sensazione di impotenza;
– perdita di fiducia in se stessi;
– rassegnazione.

Ognuno reagisce in maniera diversa agli eventi negativi, ma tendenzialmente le risposte sono incanalabili tra due poli: aggressivo o depressivo. Si potrà contestare che solo i giocatori poco esperti possono reagire in modo esagerati ad una bad beat, ma è davvero così? Per un amatore che gioca abbastanza spesso la bad beat non sarà una sola mano, ma dieci; per un grinder con una discreta esperienza, cento; per chi gioca da diversi anni, mille. Questo è un altro modo per raccontare il downswing, considerandolo su orizzonti temporali diversi e vissuto da prospettive diverse -dal neofita al professionista che si mantiene da anni grazie al poker-.

Esiste anche una risposta fisica agli stimoli positivi di ricompensa (come aver vinto un piatto significativo): il rilascio di dopamina, che influenza motivazione, attenzione, cognizione, umore e tante altre funzioni comportamentali. Inizialmente bastano stimoli ridotti per sollecitarne la produzione e gli effetti sono spesso benefici; in seguito, è necessario aumentare l’intensità degli stimoli (correre rischi più grandi, giocare a stake più alti o aumentare la varianza nel nostro gioco) e si può incorrere in spiacevoli effetti collaterali.

È facile dubitare quando abbiamo effettuato un herocall andato male, un bluff che non ha funzionato o una thin valuebet che è stata pagata da una mano migliore, ed è fondamentale farlo per diventare dei giocatori migliori. Invece molto spesso si ha un approccio orientato ai risultati quando gli herocall funzionano o un bluff terribile va a segno: questo crea un feedback positivo che ci porta a considerare quella giocata come corretta e a riproporla in futuro, senza averla analizzata. Tanti giocatori finiscono vittima del cosiddetto “delirio da good-run” e commettono tantissimi errori senza accorgersene -in primis sopravvalutano le proprie abilità-; questo capita soprattutto a giocatori che hanno diverse lacune tecniche -in questo caso l’esperienza può aiutare solo fino ad un certo punto- a causa di una distorsione cognitiva soprannominata effetto Dunning-Kruger, ma non bisogna trascurare il caso opposto: chi è in possesso di competenze adeguate può perdere fiducia in se stesso e avere una percezione affievolita delle proprie abilità durante i periodi negativi.
Bisogna sempre dedicare un po’ di tempo allo studio lontano dai tavoli anche quando abbiamo buoni risultati, senza dare per scontato che tutto ciò che abbiamo vinto sia meritato: avere una preparazione tecnica solida ha un effetto estremamente benefico anche sull’aspetto mentale della disciplina.

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Il miglior coach del mondo non ti renderà il più forte al mondo

Il coaching è da sempre un tema molto dibattuto nella community del poker online mondiale; ci sono pareri e valutazioni contrastanti riguardo questa diffusissima pratica. Molti sono i detrattori, i quali ritengono che il coaching sia ciò che di peggio possa esserci per la ristretta economia pokeristica, colpevole di aver indurito moltissimo i field di tutto il mondo, riducendo via via l’edge che i reg hanno ai tavoli. Dall’altra parte ci sono i vari coach e allievi che sfruttano questa opportunità per imparare in fretta concetti nuovi, gli allievi, e per avere un buon guadagno orario senza varianza, condividendo le proprie skill, i coach.

In questo breve articolo non ho nessuna intenzione di schierarmi pretendendo di dare ragione agli uni o agli altri; il mio intento è quello di dare uno spunto di riflessione parallelo ad entrambe le posizioni. Le mie considerazioni, oggi, partono dalla mia esperienza personale negli ultimi 10 anni, nei quali ho visto molte persone affrontare diversi tipi di percorsi di coaching e ho anche vissuto in prima persona l’esperienza di coach e di coachato. L’aspetto su cui voglio soffermarmi è ciò che davvero un coach può dare ai suoi allievi e ciò che questi ultimi possono assimilare e, quindi, quali vantaggi possono trarre.

Parlando da coach, ciò che, sin dall’inizio di un percorso, si vede che farà la differenza tra i vari allievi, per valutare quali sono i più promettenti e quali no, è l’atteggiamento. Più precisamente, più che l’atteggiamento, è proprio ciò che un allievo si aspetta di ottenere. Mi spiego meglio: gli allievi meno promettenti, e che probabilmente faranno meno strada, sono quelli che si presentano a fare le lezioni pensando di partecipare ad una sessione in cui impareranno tante informazioni utili che li renderanno giocatori migliori. Ecco, se vi rivedete in questo tipo di allievi, probabilmente avete un grosso problema. Pensate a quanto tempo impiega un coach ad imparare ed assimilare tutto ciò che sa. Pensate ora a quanto tempo potrebbe impiegarci a raccontarvi e spiegarvi tutto. Pensate ancora a quanto tempo potrebbe servire a voi per fare vostri tutti i concetti che vi vengono spiegati e quanto ci vorrebbe per essere in grado di padroneggiarli a sufficienza da essere in grado di applicarli in maniera efficace. Se non avete voglia di pensare a troppe cose, vi svelo io la risposta a tutto: molto, molto tempo! Se una lezione con un coach può mediamente costare sui 70-150€, il prezzo che dovreste pagare è probabilmente più di quanto potreste mai vincere grazie agli insegnamenti che ne ricaverete.

Torniamo ora a parlare di quegli allievi che, fin da subito, paiono molto più promettenti di quelli descritti poco fa. Un allievo promettente è un allievo propositivo, è un allievo che non confonde le ore di studio con le ore di coaching. L’ora di coaching è l’equivalente di un’ora di lezione con il professore all’università; le ore di studio autonome e solitarie (o con qualche compagno di studi), sono le ore passate a studiare sui libri. Se l’obiettivo che avete è quello di imparare il più possibile, le sole ore di lezione serviranno a poco se non abbinate a tanto studio. Viceversa, le ore di studio potrebbero essere più difficoltose, meno proficue e richiedere quindi di più tempo per raggiungere gli stessi risultati che si avrebbero abbinandole alle spiegazioni del professore. Se ho scelto l’esempio giusto, avrete ormai capito che le ore di coaching, anche con il coach più bravo del mondo, non vi faranno diventare nulla di simile a lui, a meno di abbinarle a tanto lavoro ed impegno autonomo.

Tutto il giro panoramico fatto finora serviva per prendere un po’ alla larga il concetto cardine di questo breve articolo: il coaching non è un qualcosa che, da solo, vi fa diventare dei top player e fare il salto di qualità. Ciò che lo farà sono, invece, i molti mesi o anni di studio, i quali vengono ottimizzati, indirizzati e guidati da un percorso con un buon coach (o con uno dei nostri fantastici video corsi presenti nella sezione shop).

Anche oggi siamo (spero) riusiti ad esprimere un concetto, semplice, ma che porti a qualche interessante spunto di riflessione, nonché un’ottima autopubblicità finale linkando i nostri prodotti a pagamento che ci aiutano a tenere in piedi la baracca (fornendovi sempre del materiale di qualità ad un prezzo onesto). Non mi resta quindi che ringraziarvi per essere giunti fino in fondo a questo articolo e se vi è piaciuto continuate a seguirci per rimanere sempre aggiornati sul nostro lavoro. Non dimenticate di seguirci anche sui social!

L’importanza dell’apprendimento attivo

La diffusione dell’informazione e dell’intrattenimento unita alla facile accessibilità ha contribuito all’affermazione di una risposta passiva e acritica nei confronti degli eventi. Senza neanche effettuare ricerche mirate siamo bombardati da informazioni decontestualizzate di qualsiasi tipo; leggerle, più che essere fonte di arricchimento, diventa simile a raccogliere alcuni tasselli di un puzzle, del quale non si conosce né l’immagine di riferimento, né il numero complessivo dei pezzi.

Leggere e ascoltare sono attività fondamentali per l’apprendimento; esse consentono di acquisire una notevole quantità di nuovi concetti, idee e informazioni e ci permettono di entrare in contatto con prospettive provenienti da background socio-culturali differenti. Nonostante offrano un’opportunità di arricchimento personale, esse non vanno assolutizzate. Ogni testo (sia scritto che parlato) va analizzato e discusso, va contestualizzato e rielaborato in relazione alle nostre conoscenze, in modo da poter essere inserito in un discorso ad ampio raggio e non restare pura nozione -facilmente dimenticabile- o informazione, unendosi al cacofonico coro di voci causato dalla saturazione della comunicazione dell’era social.

Uno degli effetti del bombardamento di informazioni al quale siamo sottoposti è proprio quello di svilire i contenuti e di metterli sullo stesso piano di altri basati su logiche differenti, unicamente perché diffusi attraverso la stessa piattaforma; la lettura o l’ascolto che ne consegue è distratta, passiva. Inoltre, è molto semplice spendere interi pomeriggi a guardare video o a leggere libri, solo perché è più semplice di agire attivamente, in quanto non è necessaria la nostra partecipazione, né siamo posti di fronte a problemi da risolvere. Questo approccio non solo non aiuta l’apprendimento, rischia addirittura di essere deleterio. È fondamentale discutere attivamente ciò che stiamo ascoltando o leggendo, prendere delle note e cercare di implementare i concetti in modo che possano tornarci utile. Ci sono casi paradossali di individui che pensano di poter diventare produttivi unicamente leggendo libri per migliorare la propria produttività; i libri possono indicare un punto di partenza, o dei consigli che sono stati utili per l’autore, ma sono solo un piccolissimo passo: è necessario agire attivamente, apprendere in modo attivo.

Il ruolo della scrittura

La scrittura ha una funzione complementare alla lettura e all’ascolto, aiuta a rielaborare le idee e ad organizzare piani d’azione. Se il nostro obiettivo è migliorare la nostra produttività dobbiamo agire in primo luogo su ciò che ci distrae e limitare i comportamenti compulsivi, siano essi la visione di serie TV o i videogame o anche la lettura scriteriata. Anziché utilizzare dei divieti è necessario rimpiazzare il nostro tempo libero con degli hobby produttivi o apprendendo nuove competenze che potrebbero rivelarsi utili in futuro (una nuova lingua straniera, uno strumento musicale, un linguaggio di programmazione). I divieti non sono efficaci poiché le attività che ci portano via tempo hanno per noi un significato, che non possiamo rimpiazzare automaticamente, e, se non troviamo un qualcosa che abbia valore per noi, rischiamo di sostituirle con attività simili o di incappare in fastidiose ricadute. Le possibilità sono infinite e, grazie ad Internet, sono estremamente accessibili; dobbiamo solo dedicare del tempo di qualità e sentiremo i benefici dopo un breve periodo.

Se siete pronti ad apprendere in modo attivo, vi invito a visitare la sezione del sito dedicata alla nostra offerta formativa. QUI.

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Perché non facciamo staking?

Da quando ho aperto questo sito la domanda che ho ricevuto più spesso in privato è stata: “fate staking?” La mia risposta è sempre stata: “No. Mi spiace, offriamo un altro tipo di formazione”.

Quando rispondo in privato non posso ovviamente dilungarmi troppo e ho quindi deciso di scrivere un post riassuntivo di quale sia la filosofia dell’Angolo del Grinder riguardo lo staking e la formazione pokeristica in generale. Prima di tutto, come probabilmente già sapete, all’interno di questo sito c’è una sezione dedicata allo staking che potete trovare QUI; pertanto è ovvio che personalmente non ho nulla contro lo staking o contro chi lo cerca e lo offre. Io stesso ho avuto diverse esperienze sia come staker che come stakato e ho potuto apprezzarne i pregi e verificarne i difetti, sta poi ad ognuno di noi valutare di volta in volta se nella sua situazione specifica lo staking può essere conveniente o meno.

Dopo una breve premessa, veniamo ora a noi: perché non facciao staking? La risposta breve potrebbe semplicemente essere: perché abbiamo deciso che non abbiamo tempo e/o voglia di seguire i vari stakati. La risposta completa d’altro canto è sostanzialmente diversa e molto più articolata. Per prima cosa l’offerta che si trova già online grazie alle varie scuole di poker che fanno staking è davvero ampia e non penso si sentisse il bisogno di averne una in più; se provate infatti a fare un giro sui vari social network troverete molte pagine create da giocatori o ex giocatori che hanno deciso di investire parte del loro tempo e denaro per stakare altri giocatori che vogliono scalare i vari livelli in tempi abbastanza rapidi, i quali quindi necessitano di un coach, ma anche di un bankroll con cui giocare. A mio modesto parere ci sono molte scuole fondate da giocatori più che validi e che offrono quindi degli ottimi servizi, ma ce ne sono anche altre che sono fatte da ex giocatori che hanno cercato un modo per fare soldi in quanto non erano più in grado di guadagnarne ai tavoli, pertanto bisogna sempre stare attenti a scegliere bene anche il coach/staker a cui ci si affida per non rischiare di sprecare soldi, tempo ed entusiasmo per un gioco che se affrontato nel modo sbagliato sa essere davvero spietato. La cosa buona è che spesso è abbastanza facile capire chi davvero è serio e offre un servizio valido da chi invece cerca di attirare qualche fish perdente propinando il sogno di fare i “big money” giocando a poker grazie a qualche fantomatico segreto per vincere a poker. Il vero problema è appunto per i giocatori principianti o inesperti, ai cui occhi la differenza tra le varie scuole potrebbe non essere poi così palese; per chi invece ha un minimo di esperienza è più facile non cadere in fallo.

Come si coacha uno stakato?

La cosa che quasi mai è chiara a chi cerca staking è che ogni individuo che faccia qualsiasi attività lavorativa, imprenditoriale o di investimento in un ambito qualsiasi, tenderà naturalmente a perseguire i propri interessi economici. Non c’è nulla di sbagliaoto o illecito in questo ovviamente, ma bisogna sempre tenerlo a mente; se un giocatore professionista decide di dedicare tempo e denaro per creare una scuola di poker e offrire staking è perché ha valutato che ne valeva la pena togliere quelle risorse al suo grinding o vita reale, pertanto si aspetta di guadagnare una certa somma di denaro che ripaghi il suo impegno. La prima cosa che uno staker deve fare appena prende un nuovo allievo è ovviamente assicurarsi nel più breve tempo possibile che non sia perdente ai tavoli; tipicamente ciò viene fatto fornendo un po’ di materiale didattico, come range di apertura, di 3bet, difese dai bui ecc. Questo materiale, se fatto bene, è già adattato al field con cui l’allievo dovrà confrontarsi e dovrebbe essere funzionante fin da subito; a questo punto però non c’è stato ancora nessun tipo di miglioramento da parte dell’allievo, il quale ha solo imparato a seguire delle tabelle che prima non aveva. Il secondo step sarà ovviamente il coaching vero e proprio e lo staker/coach andrà appunto ad insegnare qualcosa allo stakato e a migliorarne quindi il gioco, ma è anche vero che il coaching finalizzato allo staking sarà ottimizzato nel field e all’orizzonte temporale previsti nelle clausole del contratto. Ciò che mi è capitato di vedere davvero molto spesso in vita mia è che questo approccio porta ad un errore di comprensione molto grave da parte di molti allievi, ovvero che “lezione con il coach = studiare”. Purtroppo non c’è nulla di più sbagliato, in quanto un coach deve ottimizzare e velocizzare l’apprendimento del proprio allievo, che però dovrà imparare a studiare in maniera autonoma, altrimenti il suo percorso finirà insieme all’accordo di staking. Pensate all’università, le lezioni private con un coach sono come le lezioni in aula con il professore che spiega i vari concetti, ma sinceramente non ho mai visto nessuno seguire le lezioni e dichiarare di aver studiato abbastanza per passare un esame. Le decine o centinaia di ore passate sui libri vanno messe individualmente dallo studente, mentre le lezioni e appunti servono a chiarire alcuni concetti e, come già detto, indirizzare lo studio.  Volendo mettere più focus sull’apprendimento di lungo periodo e della formazione della mentalità corretta che porta ad una carriera pokeristica di successo, rendendo così l’allievo autonomo e in grado di proseguire la sua scalata in qualsiasi field e contando sul proprio studio, lo staking non è quindi la maniera ottimale per chi deve imparare.

Qual è l'alternativa?

La formazione professionale vera  e propria, a mio parere, è quella in cui l’allievo apprende il metodo oltre ai concetti. Se vogliamo prendere ancora ad esempio la scuola, spesso si sente dire che in italia, specialmente nelle scuole medie e superiori, nelle materie scientifiche venga dato sempre molto focus alle nozioni e molto poco invece al metodo scientifico. Le nozioni senza metodo non servono tendenzialmente a nulla, basta cambiare ambito o condizioni e lo studente non sarà mai in grado di adattarsi e imparare nuove nozioni valide e verificate, andando così a creare per esempio laureati che cadono preda di fake news o complotti vari. Tornando al poker il concetto rimane lo stesso quando il giocatore vorrà continuare a giocare per molto tempo con un field in continua evoluzione e le vecchie nozioni imparate 2 anni prima durante un percorso di staking saranno da aggiornare, ma senza un metodo di studio valido e autonomo ciò non potrà mai avvenire e renderà il giocatore sempre meno competitivo e quindi sempre meno vincente. Per questi motivi ho deciso di aprire questo sito e dedicarlo a insegnare sia le nozioni, sia il corretto approccio al gioco e ho deciso di farlo tramite prodotti a pagamento quali video crosi e lezioni di coaching private con tariffa oraria chiara e onesta; tale approccio permette di insegnare all’allievo ciò di cui ha bisogno senza dover tenere sempre un occhio all’andamento di breve periodo per dover avere il ritorno economico, in quanto è chiaro e fisso fin dall’inizio. Per chi non ha poi voglia o possibilità di accedere ai nostri servizi a pagamento c’è questo blog in cui io e gli altri coach cercheremo sempre di offrire interessanti spunti di riflessione e analisi su argomenti di vario genere. Se siete in cerca di imparare tutto ciò che vi serve per essere degli ottimi giocatori e risultare vincenti long term seguendo solo prodotti gratuiti (che sia qui o in qualsiasi altro sito), probabilmente vi state illudendo: nessuno freecoacha per divertimento. I prodotti gratuiti vengono giustamente offerti come servizio alla community e con il fine di presentare anche i prodotti a pagamento che vanno a “tenere in piedi la baracca”.

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Conclusioni

Per concludere questo articolo, vorrei che sia chiaro il messaggio che vorrei passasse: tutto ciò che ottenete gratuitamente o che comunque non pagate cash in anticipo lo state pagando in altro modo e chi ve lo vende ci guadagnerà pertanto in altro modo. Tutto ciò che ottenete pagando in questa maniera crea dei legittimi interessi differenti in chi ve lo vende in quanto il suo guadagno non deriverà direttamente dal vostro fisico pagamento in cambio del servizio; ovviamente non c’è nulla di male in tutto ciò ed esistono professionisti onesti che offrono servizi validi e convenienti, così come ci sono i furbetti venditori di fuffa.

La direzione che ho deciso di dare a questo sito è chiara e semplice ed è una personale scelta e in quanto tale non per forza migliore o peggiore di altre, l’importante è che sia chiara:
– Vendiamo prodotti a pagamento quali video corsi, coaching a tariffa oraria e materiale strategico;
– Offriamo consulenze per scrivere e/o valutare contratti di staking di ogni tipo;
– Prepariamo tutorial gratuiti sui software che riteniamo validi e se riusciamo cerchiamo di avere anche affiliazioni che garantiscano a noi un piccolo guadagno da eventuali acquisti di licenze e agli acquirenti un piccolo sconto sul prezzo di listino;
– Scriviamo articoli nel blog completamente gratuiti per offrire materiale base o spunti di riflessione interessanti, senza avere la pretesa di offrire freecoaching a tutti;
– Pubblichiamo poker meme sui nostri canali social per tenere allegra l’atmosfera che sarebbe altrimenti troppo noiosa se dovessimo parlare sempre e solo di argomenti strategici.

Per oggi è tutto, spero abbiate apprezzato l’onestà e la chiarezza con cui ho cercato di affrontare l’argomento, se vi piacciono gli articoli che pubblichiamo continuate a seguirci sia qui che sui nostri canali social per rimanere sempre aggiornati sul nostro lavoro. Ciao!

Disclaimer: in questo articolo non ho fatto nessun riferimento a nessuna persona o scuola di poker in particolare, non passo il mio tempo a guardare cosa fanno gli altri, ognuno è libero di fare ciò che vuole e non sarò certo io a esprimere giudizi.